Etichettato: Racconto

Una storiella dei nostri tempi #6

«Io gliela sfonderei a martellate» disse un ragazzo con le braghe in po’ calate. «Una volta a un SUV di grossa cilindrata con la chiave gli ho fatto uno sbrego su tutta la fiancata» poi dette di gomito al suo amico e si fecero insieme una bella risata. Ma si vedeva che l’altro s’era già stufato e non aveva più tanto l’aria di spassarsela. Gli premeva qualche altro impegno e non vedeva l’ora di squagliarsela. «Ha provato a chiedere dentro la bisca?» disse una signora dal terrazzo. «Quella è gente che quando gioca non ci pensa al mondo di fuori, se ne infischia.» «Che disgraziati delinquenti» le fece replica la fioraia, «il signore, poverino, non può mica rinunciare ai suoi appuntamenti. Fossi io quando riappare quell’altro sai quanti gliene manderei di accidenti.» «Quello se ne sta da qualche parte a guardare» intervenne un tipo accendendosi una sigaretta, «se esce fuori adesso lo sa che se la passerà male. Faccia finta di ripensarci, di rinunciare e andarsene via e vedrà che riapparirà come per magia.» All’uomo gli era presa una strana agitazione e a quello che gli dicevano gli altri, ormai, non prestava più nemmeno troppa attenzione. I pensieri gli correvano a certi suoi ragionamenti che, a guardarlo bene negli occhi, si intuiva non fossero pensate divertenti. Soffiava come un toro, a labbra strette e con la faccia tutta corrucciata poi, ridestato, tornava alla sua auto per dare ancora qualche clacsonata. In queste sue elucubrazioni si spostava tra la sua macchina e l’altra, a contare i passi, i centimetri come fosse un leone in gabbia. E mentre tutti dicevano la propria e davano consigli, a lui, lentamente, gli saliva la rabbia.

Una storiella dei nostri tempi #5

«Il problema è che ormai non ce sta più rispetto» s’intromise un pover’uomo che camminava tutto zoppetto. Aveva appena fatto la spesa e combatteva tra il rimanere e fregarsene, ma si vedeva che aveva una gran voglia di dire la sua prima di andarsene. «Ai miei tempi, con tutto che c’era stata la guerra e si faceva la fame, era una vergogna fare un torto a qualcuno o mettergli i piedi in testa per un tozzo di pane. Oggi pensiamo di essere meglio degli altri e che i fatti nostri siano sempre più necessari mentre un tempo, invece, ci sentivamo tutti alla pari. «Ma lei sor Cesare è un signore», disse affacciandosi alla finestra del piano terra la moglie del portiere, «se fossero tutti come lei questo sarebbe il meglio quartiere. Ma infatti il problema non siamo noi italiani, è colpa di tutti ‘sti extracomunitari. E lei mi è testimone, io non è che so’ razzista, ma quelli boni se so’ trascinati dietro anche certe facce da terrorista che mica se vergognano a lasciare la macchina in mezzo alla pista.»

Una storiella dei nostri tempi #4

Dopo qualche minuto con lo sportello aperto, il braccio infilato dentro e lo sguardo teso fino in fondo alla via, aveva ormai persa ogni speranza di vedere presto avvicinarsi qualcuno indicandogli che “Ecco, ancora un attimo di pazienza e se ne sarebbe andato via”. Iniziò a guardare l’orologio di frequente e ad inveire contro il proprietario della vettura che lo bloccava lì, quello “stronzo fetente”. Ad ogni passo che faceva avanti e indietro gli si disegnava in volto un certo brutto cruccio che alternava a momenti di disperazione appoggiandosi sconsolato al tettuccio. Uno che era arrivato come noi nel bel mezzo della tragedia gli suggerì di chiamare subito la municipale, ma manco finì la frase che fu azzittito da un coro generale. «E che secondo lei il signore non ci ha già provato» disse una donna che se ne stava un po’ di lato. «Sono almeno quaranta minuti che ha chiamato. Gli hanno pure detto che arrivavano col carro attrezzi per portarla via con la rimozione forzata, ma a questo punto mi sa proprio che se so’ persi per strada.»

Una storiella dei nostri tempi #3

La faccenda, lo capimmo subito, non era nemmeno tanto originale e si rifaceva al quotidiano disprezzo del bon ton e del codice stradale. Con la scusa che ormai è impossibile trovare un parcheggio in città, lasciare la vettura in doppia fila è diventata una consuetudine più che una necessità, una maleducazione così diffusa che è tacitamente concessa finanche dalle autorità. Quello incastrato al suo posto, qualcuno ci disse addirittura “da più due ore”, era un signore di mezza età con la camicia tutta zuppa di sudore. Aveva tentato con mille manovre di venir fuori da quella situazione, ma visto che per questione di mezzo metro l’auto non riusciva a sortire con la marcia indietro, si era attaccato al clacson per cercare di avvertire quello che gli aveva parcheggiato dietro.

Una storiella dei nostri tempi #2

Questa volta, però, di agitazione ce n’era più del normale. Qualcuno stava suonando un clacson in continuazione e si erano già affacciate le signore alle ringhiere incuriosite da tutto quello strombazzare. Avevano abbandonando per un momento le faccende giornaliere e c’avevano ancora in mano le ramazze e gli stracci per spolverare. Anche il parrucchiere del Barber Shop New Delhi si era affacciato dal negozio, allungava il collo per dare un occhio e aveva lasciato il suo cliente indiano seduto sulla poltrona davanti allo specchio. Noi ci avvicinammo senza fretta, con le mani in tasca e lo sguardo svagato, come se tutto quel trambusto in realtà ci interessasse poco, ma quando arrivammo nei pressi di quel carosello ci facemmo largo per vedere meglio che s’era già formato un capannello.