La buona e vecchia stretta di mano

Non ricordo più quando è stata l’ultima volta che ho stretto la mano a qualcuno. Non è che sia un gesto a me particolarmente caro, e che quindi mi manchi, ma dopo questo lunghissimo tempo di distanziamento sociale va a finire che a certe cose ci si pensa. C’è chi sostiene che in un prossimo futuro non sarà più così immediato stendere la mano per presentarsi e, per contro, non sarà particolarmente strano chi, salutando, si terrà a debita distanza e con le mani sprofondate nelle tasche. Dovremmo, cioè, essere aperti a nuove forme di saluto e interpretarle in base alle diverse persone che incontreremo. Nella cultura occidentale potrebbero entrare con forza gesti che sono tipici dei popoli orientali e asiatici, come il namasté, con le mani giunte e un leggero inchino, o quello propriamente cinese di appoggiare il palmo della mano sulle nocche dell’altra. Un cambiamento nei costumi sociali avverrà sicuramente, staremo a vedere quanto sarà profondo e quanto saremo in grado di accettarlo…

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La stoffa del campione

A 13 anni andavo piuttosto bene nel nuoto. I tempi in vasca erano ottimi e qualche addetto ai lavori già iniziava a esprimersi con un certo interesse. Il mio forte era lo stile libero e, dimenticate chissà dove, dovrebbero esserci ancora delle medaglie che celebrarono le mie vittorie. Tre volte a settimana mio padre mi caricava sulla nostra Citroën Visa rossa e facevamo chilometri per raggiungere una piscina della zona nella quale avevano dato le prime bracciate un paio di atleti di spicco del nuoto italiano. Gli allenamenti consistevano essenzialmente nel nuotare, non c’era molto altro da fare, se non mulinare le braccia una vasca dopo l’altra e tornare a concentrarsi quando l’allenatore gridava di fare attenzione ai movimenti. Ma a me piacevano gli sport di squadra, che ci potevo fare, e qualche tempo dopo persi completamente la testa per la pallavolo…

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L’alfabeto di Naya e La tigre rosa

La tigre rosa è un testo di Gaetano Buompane e ha come tema centrale la diversità. La protagonista è una tenerissima tigre rosa che intraprende un viaggio avventuroso alla scoperta della propria indentità.

L’alfabeto di Naya è scritto da Dario Becci e narra le peripezie di una bambina siriana durante la sua fuga verso la Germania, nel 2013.

Entrambi i racconti sono illustrati da Emanuele “Piero” Pierobon.

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La sedia, simbolo della decadenza fisica

Sono anni che mi porto dietro un fastidio al ginocchio sinistro che si trasforma in un dolorino noioso anche dopo una semplice camminata. Se faccio uno sforzo di troppo si gonfia e fa male, è impossibile piegare la gamba e l’unica soluzione è il riposo e la borsa del ghiaccio. Certo, lo so, dovrei consultare uno specialista, fare degli esami, affrontare il problema per risolverlo, ma finché non diventa una cosa seria finiamo sempre per abituarci ai nostri acciacchi, non è vero? Diventano parte di noi e iniziano a condizionare le nostre vite. Niente che non possa essere risolto con un antidolorifico. A fregarci è la nostra maledetta vita sedentaria, la nemica numero uno di medici, nutrizionisti e cultori del fitness. Ormai lo sappiamo tutti quanto sia importante fare un po’ di attività fisica ogni giorno, eppure continuiamo a fregarcene in totale disinteresse per la nostra salute. Un atteggiamento di inspiegabile autolesionismo che in molti sono convinti si annidi nella cultura occidentale moderna e industrializzata. Insomma, quando si entra nel mondo del lavoro, si ricevono come contropartita un bel mal di schiena e il via libera a mettere su la panza…

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La glaciazione demografica

Una delle prime cose che un genitore apprende appena i figli iniziano a camminare è che seguirli come un’ombra e avere cento occhi non sono misure sufficienti per tenerli fuori dai guai. Non serve a niente poi colpevolizzarsi se non si è fatto in tempo ad afferrarli per evitare loro l’ennesima caduta. L’importante è essere lì pronti ad aiutarli a rialzarsi, a consolarli se piangono, a dare una rapida pulita ai vestiti se si sono sporcati e, soprattutto, a non farsi prendere dal panico e correre al pronto soccorso se si sono spaccati la testa. Essere genitori è un dramma, è una preoccupazione continua, un costante tenere a freno i nervi. Mette a dura prova la pazienza, è sfiancante, ti fa perdere il sonno, eppure, per quanto incredibile possa essere, resta una delle esperienze più emozionanti della vita…

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