Categoria: Racconti

Una storiella dei nostri tempi #9

Intanto l’uomo sembrava non avere più tanta fretta e s’era messo a scaricare sul ragazzo tutto quello che aveva accumulato in quell’oretta. Le urla avevano attirato altra gente e a chi arrivava in quel momento non doveva sembrava più cosa da niente. Il cinesino era terrorizzato mentre l’uomo lo minacciava e non lo lasciava andare via. Qualcuno, addirittura, suggerì che fosse arrivato il momento di chiamare la polizia. Una donna, che fin dall’inizio si era affacciata da un terrazzo, urlò: «Per l’amor di Dio levategli di mano quel ragazzo, non lo vedete che non ragiona più, è diventato pazzo?» E difatti, l’uomo dalle parole era passato ai fatti. Con una pedata aveva ammaccato lo sportello e adesso dava colpi al finestrino e non si sarebbe fermato finché non avesse rotto anche quello. Il primo ad intervenire, il più coraggioso, fu il tipo che fino a quel momento aveva trovato quello spettacolino un poco uggioso. Cinse l’uomo da dietro e gli bloccò le braccia e per lo sforzo divenne tutto rosso in faccia. Poi, mentre quello continuava a dar pugni e pedate, lo allontanò dalla macchina con l’aiuto dell’amico suo, quello con le braghe un po’ calate. «Sali in macchina, vattene!» iniziarono a dire al cinesino tutti quanti. «Quello non si calma se gli rimani ancora qui davanti». E così fece, anche se un po’ atterrito e gli altri non lasciarono l’uomo finché il ragazzo non fu partito. Il peggio era ormai passato, anche se il signore continuò a mandare accidenti pure dopo che fu liberato. «Adesso si dia una calmata, basta!» disse la moglie del portiere mentre si affacciava con un bicchiere d’acqua fresca. L’uomo bevve e sembrò finalmente placarsi. Chiese scusa a tutti, ringraziò i ragazzi e la tensione iniziò a stemperarsi. Qualcuno, intanto, se n’era già andato che ormai non c’era più motivo di trattenersi. Guardammo l’uomo salire in macchina e uscire dal parcheggio finalmente senza impicci. Poi mise la prima, partì, e ci disse dal finestrino sorridendo: “Arrivederci!”

Una storiella dei nostri tempi #8

La faccenda aveva preso un’altra piega che partiva, certo, da lontano, fin dalle pagine de Il Milione, ma che adesso sarebbe finita in una più facile e gretta conclusione. Tant’è che nessuno proferì parola in quei momenti di stallo, perché sarebbe stato come incitare l’uomo urlandogli: “Daje addosso al giallo!” «È tua ‘sta macchina» gli fece l’uomo avvicinandosi minaccioso, e già il cinesino aveva abbassato la testa come un bimbo vergognoso. Chissà che aveva fatto fino a quel momento, di certo per uscire fischiettando doveva essere stato un bel divertimento e adesso, tutto poteva aspettarsi tranne di ritrovarsi a colloquio con uno che aveva un pugno come unico argomento. «Ti sembra questo il modo di parcheggiarla?» gli urlò in faccia, «almeno metti un foglio, un numero di telefono, per avvertirti di correre subito a spostarla. Da dove ce sei venuto per credere di poter fare come ti pare? Al tuo Paese non ve la insegnano l’educazione stradale?» «In fondo che avrà perso, a di’ tanto ‘na mezzora» intervenne la fioraia che poco prima di accidenti ne aveva in abbondanza. «Non vale la pena prendersela tanto, in fin dei conti il ragazzo non l’ha mica fatto per arroganza.» «E poi, caro signore» disse la moglie del portiere, «è vero che ‘sti cinesi hanno invaso il quartiere, ma c’è da dire che è da noi italiani che hanno preso le male maniere. Se siamo i primi a fare un po’ come ci pare e chiaro che se poi ci seguono anche gli altri non è che ci si può lamentare.» «Il fatto è che laggiù è proprio un altro mondo» disse Cesare lo zoppetto, «sono tutti inquadrati ‘sti poveri cristi. In Cina non c’è verso di essere diverso dagli altri, so’ proprio tutti comunisti. Chi sgarra, anche di poco, compie un atto di lesa maestà. Insomma, che sarà mai un parcheggio azzardato? Suvvia, un po’ di libertà!»

Una storiella dei nostri tempi #7

Alla fine quel pezzo di strada era diventato una comunella. Due s’erano pure ritrovati dopo tanti anni e si scoprì la triste notizia della morte del marito di una cara amica della sorella. Uno, che un posto se lo stava letteralmente sognando, chiese passando in macchina se il signore fosse appena arrivato o se, invece, se ne stesse andando. Ci fu un urlo generale, imprecazioni, risate e qualche parola di troppo, un fragore così grande che parve fosse scoppiato un quarantotto. L’uomo iniziò a bestemmiare con tale convinzione che quel vociare, più che una fortuna, fu senz’altro una benedizione: se quelle parole fossero arrivate alle orecchie del Padreterno il poveretto, oltre alla beffa del parcheggio, se ne sarebbe andato dritto all’inferno. Poi, gli occhi fissi sul suo iPhone, da un portone uscì un cinesino fischiettando. Come se niente fosse si avvicinò alla macchina in doppia fila e sbloccò le portiere col telecomando. Il vociare si placò in un istante e fu proprio tutto quel silenzio che gli fece capire che intorno a lui c’era tanta gente. Ma accadde un fatto imprevedibile. Mentre l’uomo strabuzzò gli occhi e gonfiò il petto, pronto a sollevarlo di mezzo metro tenendolo per il bavero del giacchetto, tutti noi lo guardavamo con facce strane, piene di delusione, perché non poteva essere quel ragazzino la causa di tanta confusione. Eravamo rimasti lì per vedere uno scontro, sicuri di essere testimoni di un vero e proprio avvenimento e adesso, all’improvviso, era finito tutto il divertimento.

Una storiella dei nostri tempi #6

«Io gliela sfonderei a martellate» disse un ragazzo con le braghe in po’ calate. «Una volta a un SUV di grossa cilindrata con la chiave gli ho fatto uno sbrego su tutta la fiancata» poi dette di gomito al suo amico e si fecero insieme una bella risata. Ma si vedeva che l’altro s’era già stufato e non aveva più tanto l’aria di spassarsela. Gli premeva qualche altro impegno e non vedeva l’ora di squagliarsela. «Ha provato a chiedere dentro la bisca?» disse una signora dal terrazzo. «Quella è gente che quando gioca non ci pensa al mondo di fuori, se ne infischia.» «Che disgraziati delinquenti» le fece replica la fioraia, «il signore, poverino, non può mica rinunciare ai suoi appuntamenti. Fossi io quando riappare quell’altro sai quanti gliene manderei di accidenti.» «Quello se ne sta da qualche parte a guardare» intervenne un tipo accendendosi una sigaretta, «se esce fuori adesso lo sa che se la passerà male. Faccia finta di ripensarci, di rinunciare e andarsene via e vedrà che riapparirà come per magia.» All’uomo gli era presa una strana agitazione e a quello che gli dicevano gli altri, ormai, non prestava più nemmeno troppa attenzione. I pensieri gli correvano a certi suoi ragionamenti che, a guardarlo bene negli occhi, si intuiva non fossero pensate divertenti. Soffiava come un toro, a labbra strette e con la faccia tutta corrucciata poi, ridestato, tornava alla sua auto per dare ancora qualche clacsonata. In queste sue elucubrazioni si spostava tra la sua macchina e l’altra, a contare i passi, i centimetri come fosse un leone in gabbia. E mentre tutti dicevano la propria e davano consigli, a lui, lentamente, gli saliva la rabbia.

Una storiella dei nostri tempi #5

«Il problema è che ormai non ce sta più rispetto» s’intromise un pover’uomo che camminava tutto zoppetto. Aveva appena fatto la spesa e combatteva tra il rimanere e fregarsene, ma si vedeva che aveva una gran voglia di dire la sua prima di andarsene. «Ai miei tempi, con tutto che c’era stata la guerra e si faceva la fame, era una vergogna fare un torto a qualcuno o mettergli i piedi in testa per un tozzo di pane. Oggi pensiamo di essere meglio degli altri e che i fatti nostri siano sempre più necessari mentre un tempo, invece, ci sentivamo tutti alla pari. «Ma lei sor Cesare è un signore», disse affacciandosi alla finestra del piano terra la moglie del portiere, «se fossero tutti come lei questo sarebbe il meglio quartiere. Ma infatti il problema non siamo noi italiani, è colpa di tutti ‘sti extracomunitari. E lei mi è testimone, io non è che so’ razzista, ma quelli boni se so’ trascinati dietro anche certe facce da terrorista che mica se vergognano a lasciare la macchina in mezzo alla pista.»