Tutta colpa della pandemia

Non sopporto il mio cane, ma ciò è inevitabile perché il mio cane è obiettivamente un tipo insopportabile. È un opportunista, un ladruncolo, è geloso, esigente, pigro, mangia rumorosamente, praticamente si ingozza. Ama inzaccherarsi, sembra farlo per dispetto, poi si gigioneggia, mi provoca. Purtroppo mi è capitato tra capo e collo, per il desiderio di mia figlia di avere un cucciolo in un momento abbastanza delicato di inizio lockdown in cui ci è sembrata un’ottima idea accontentarla. Come dire, in un altro momento assolutamente niente mi avrebbe fatto acconsentire ad avere un cane, sarei stato irremovibile, anche perché era chiaro fin da subito chi avrebbe dovuto prendersi l’incarico di accudirlo appena non sarebbe più sembrato un peluche. Tutta colpa della pandemia. Ormai ce lo ripetiamo un po’ per tutto ciò che non va per il verso giusto. E così via, la tirannia mascherata da Democrazia, i complotti, George Orwell che continua ad essere così incredibilmente attuale, i cinesi, che se non fossero andati a rompere le scatole ai pipistrelli nelle caverne a quest’ora saremmo tutti felici e senza problemi. Tutta colpa della pandemia…

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I traghettatori della vita

Siamo figli delle stelle, la nostra vera dimora è l’Universo infinito e tutte le sue galassie. Siamo l’essenza dei pianeti, degli astri, degli sconvolgimenti cosmici. Siamo stati generati da esplosioni stellari, le supernove, e concepiti da una pioggia di meteoriti. Così, con la grazia dell’esattezza degli eventi, è rappresentato il vero miracolo della nostra esistenza, violento e inesorabile nella composizione degli elementi. Divino nella sua dogmatica imperscrutabilità, scientifico nell’irrefrenabile ricerca della scoperta. Le nostre origini sono talmente lontane e dimenticate che non basteranno millenni per svelarne tutti i segreti. Eppure l’Universo non ha mai smesso di inviarci i suoi segnali di vita che le civiltà hanno assimilato e trasformato in leggende…

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La minaccia che viene dal futuro

Elon Musk, padre padrone di Tesla, ha annunciato l’uscita per il prossimo anno di un robot umanoide pronto a convivere con gli uomini e a sostituirli in lavori pericolosi, ripetitivi o semplicemente noiosi. Niente a che vedere coi soliti prototipi che siamo stati abituati a vedere, sgraziati, instabili, lenti, goffi, persino teneri nei loro primi passi incerti. L’intelligenza dell’automa di Musk sarà direttamente collegato agli incredibili sviluppi ottenuti da Tesla sulla tecnologia Autopilot delle sue innovative automobili. Alto 1 metro e 75 centimetri, 57 kg, forme aggraziate ed eleganti, ufficialmente il Tesla Bot è stato concepito per aiutare l’economia in generale, in realtà potrebbe essere una minaccia…

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La follia dell’uomo buono

Oggi mi sono svegliato presto, al canto del gallo. Ho bevuto un bel bicchiere d’acqua, ho fatto alcuni esercizi di stretching, poi sono uscito a vedere il sorgere del sole e ho deciso di diventare un uomo buono. Non me lo domandate, non so cosa mi sia preso. Non so cosa mi abbia spinto a prendere questa folle decisione, forse l’eco di un sogno. Fatto sta che pur essendo cosciente che sarebbe stata un’impresa praticamente impossibile ho pensato anche che prima o poi qualcuno avrebbe dovuto pur iniziare ad esserlo. Voglio dire, la maggior parte delle cose che accadono sulla terra sono una conseguenza diretta o indiretta dell’azione dell’uomo. C’è chi crede seriamente che siamo arrivati al punto del non ritorno o, nella migliore delle ipotesi, che ci manchi davvero poco e che quindi non possiamo più permetterci di sbagliare. Se così è, allora iniziare ad essere un uomo buono e responsabile può solo portare dei benefici…

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Un grande balzo per l’umanità e i quattro citrulli che attraversano la strada

L’8 agosto del 1969, poco prima di pranzo, Paul Cole, un venditore di Miami di 57 anni in vacanza a Londra con la moglie, passeggiando nei pressi del Regent’s Park, più precisamente in Abbey Road, rimane incuriosito da quelli che in un primo momento gli sembrano quattro citrulli che si divertono ad attraversare un incrocio in fila indiana. Uno è vestito di bianco, ha la barba incolta, i capelli lunghi e sembra un santone, un altro cammina addirittura scalzo. Una persona, appollaiata su una scala aperta in mezzo alla strada, li sta fotografando e in uno degli scatti, divenuto immediatamente celebre in tutto il mondo, Paul Cole appare in fondo sulla destra intento ad osservare la scena. La meravigliosa storia dei Beatles è ormai arrivata al capolinea e quel giorno sarà uno degli ultimi in cui si ritroveranno tutti insieme…

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Le Olimpiadi della rinascita e il surf degli dèi

Non è tutto oro quello che luccica. Lo sapeva bene il cercatore d’oro che azzannava ogni pepita scavata dalla terra per verificare che non fosse in realtà un semplice pezzo di pirite. Siccome è un metallo duttile e malleabile, i denti lasciavano sull’oro una bella impronta certificando così la sua purezza. Di certo, nonostante gli atleti amino farsi fotografare stringendo il loro trofeo tra i denti, le medaglie consegnate ai vincitori delle gare olimpiche non sono d’oro. O meglio, non completamente. Quelle di Tokyo 2020 sono in argento puro con 6 grammi di placcatura in oro. In base ai valori dei metalli sui mercati internazionali, tra la medaglia del primo e del secondo classificato c’è una differenza di circa 350 dollari, che diventano 785 con quella del terzo classificato, essendo quest’ultima una composizione di rame e zinco che raggiunge un valore massimo di 5 dollari…

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Le auto del futuro e le macchinine brum brum

Mio figlio di due anni mi trascina ogni giorno a giocare con lui con le macchinine. La cosa più bella è osservarlo mentre fa girare la sua automobilina preferita sul percorso che costruiamo insieme con tutto quello che ci capita sotto mano e sentirlo imitare il motore a scoppio emettendo delle specie di pernacchie buttando fuori l’aria dalla bocca e facendo vibrare le labbra. L’altro giorno gli ho spiegato che la Commissione europea ha proposto lo stop delle vendite delle auto a benzina, diesel e ibride a partire dal 2035 e che quindi, con tutta probabilità, la sua prima auto sarà elettrica o a idrogeno e non emetterà nessun rumore. Lui ha fatto finta di non sentirmi e ha continuato a spernacchiare muovendo sulla pista la sua macchinina gialla. In effetti non c’è nessun divertimento a giocare con le macchinine senza fare il rumore del motore, e allora mi sono chiesto più che legittimamente, ma i bambini del futuro che rumore faranno per imitare il motore delle auto?…

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Le cose cambiano: ovvero la morte della cravatta

Le cose cambiano. Quante volte lo abbiamo sentito dire o detto noi stessi, sottolineando il momento con una nota di dolente malinconia a trasfigurarci il viso e velarci lo sguardo. L’ho sempre trovata una affermazione irritante, spudoratamente falsa, forse perché non riuscivo ad accettare che le cose potessero cambiare davvero. In verità le cose cambiano, eccome. E può essere così, da un momento all’altro, oppure silenziosamente, nel corso degli anni, finché ci accorgiamo che a quei cambiamenti ci siamo già abituati. Insieme a noi cambiano gli usi e i costumi della società, i modi di vivere e di interpretare le nostre esistenze. E a decifrare questi mutamenti sono spesso oggetti comuni, di uso quotidiano. Come la cravatta…

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I mille colori della speranza

Nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969, all’una e venti circa, nel Greenwich Village a Manhattan, Sylvia Rivera afferra una bottiglia e la scaglia contro uno dei poliziotti che hanno fatto irruzione nello Stonewall Inn, il noto bar gay di Christopher Street vessato da continue retate. La mattina del 27 novembre del 1978, Dan White, ex consigliere municipale di San Francisco, dimessosi alcuni giorni prima a causa dell’entrata in vigore di una proposta di legge sui diritti gay a cui si era fermamente opposto, entra furtivamente in Municipio da una finestra del seminterrato. Ha con se una pistola. I due fatti, lontani nel tempo e nello spazio, e nonostante la loro tragica premessa, nascono entrambi da un forte desiderio di lotta sociale e allo stesso tempo da un incontenibile sentimento di speranza…

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Un popolo di irresponsabili amanti

Per tutto il periodo della mia adolescenza l’arrivo dell’estate ha significato la liberazione dalle fatiche scolastiche, la possibilità di dormire fino a tardi e, soprattutto, tornare a provarci con le ragazze al mare. Si riallacciavano i rapporti bruscamente interrotti l’estate precedente con le villeggianti abituali e si facevano nuovi e affascinanti incontri che ci portavano notizie di città e luoghi per noi lontani e sconosciuti. La disinibizione da ombrellone e la sfrontata esibizione giovanile facevano il resto. I ricordi più teneri sono quelli delle vasche notturne sul lungomare, a sfoggiare le scarpe nuove e a cercare di attaccar bottone con le ragazzine straniere scottate dal sole…

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Lo smartphone, casa dolce casa

Alle volte mi fermo a riflettere sull’incredibile velocità dell’evoluzione tecnologica. Ad esempio, non so se ci avete mai fatto caso, siamo passati dalla cabina col telefono a gettoni allo smartphone in circa vent’anni, ossia in un tempo relativamente breve abbiamo trasformato una scatola di vetro in cui si entrava esclusivamente per telefonare in un dispositivo sofisticato sufficientemente piccolo da poter infilare in una tasca e utilizzare in qualsiasi posto. Questo significa che i tempi del progresso tecnologico saranno sempre più corti e frenetici e tutto ciò, inevitabilmente, implicherà dei cambiamenti altrettanto drastici nei nostri comportamenti sociali. Ma non è detto che sarà ogni volta in meglio…

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La buona e vecchia stretta di mano

Non ricordo più quando è stata l’ultima volta che ho stretto la mano a qualcuno. Non è che sia un gesto a me particolarmente caro, e che quindi mi manchi, ma dopo questo lunghissimo tempo di distanziamento sociale va a finire che a certe cose ci si pensa. C’è chi sostiene che in un prossimo futuro non sarà più così immediato stendere la mano per presentarsi e, per contro, non sarà particolarmente strano chi, salutando, si terrà a debita distanza e con le mani sprofondate nelle tasche. Dovremmo, cioè, essere aperti a nuove forme di saluto e interpretarle in base alle diverse persone che incontreremo. Nella cultura occidentale potrebbero entrare con forza gesti che sono tipici dei popoli orientali e asiatici, come il namasté, con le mani giunte e un leggero inchino, o quello propriamente cinese di appoggiare il palmo della mano sulle nocche dell’altra. Un cambiamento nei costumi sociali avverrà sicuramente, staremo a vedere quanto sarà profondo e quanto saremo in grado di accettarlo…

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La stoffa del campione

A 13 anni andavo piuttosto bene nel nuoto. I tempi in vasca erano ottimi e qualche addetto ai lavori già iniziava a esprimersi con un certo interesse. Il mio forte era lo stile libero e, dimenticate chissà dove, dovrebbero esserci ancora delle medaglie che celebrarono le mie vittorie. Tre volte a settimana mio padre mi caricava sulla nostra Citroën Visa rossa e facevamo chilometri per raggiungere una piscina della zona nella quale avevano dato le prime bracciate un paio di atleti di spicco del nuoto italiano. Gli allenamenti consistevano essenzialmente nel nuotare, non c’era molto altro da fare, se non mulinare le braccia una vasca dopo l’altra e tornare a concentrarsi quando l’allenatore gridava di fare attenzione ai movimenti. Ma a me piacevano gli sport di squadra, che ci potevo fare, e qualche tempo dopo persi completamente la testa per la pallavolo…

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L’alfabeto di Naya e La tigre rosa

La tigre rosa è un testo di Gaetano Buompane e ha come tema centrale la diversità. La protagonista è una tenerissima tigre rosa che intraprende un viaggio avventuroso alla scoperta della propria indentità.

L’alfabeto di Naya è scritto da Dario Becci e narra le peripezie di una bambina siriana durante la sua fuga verso la Germania, nel 2013.

Entrambi i racconti sono illustrati da Emanuele “Piero” Pierobon.

Ci occorre un aiuto per completare le illustrazioni. Ci dai una mano? Ogni contributo, grande o piccolo che sia, ci permetterà di portare avanti il nostro lavoro e dare uno spazio maggiore ai temi che sicuramente stanno a cuore anche a te.
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La sedia, simbolo della decadenza fisica

Sono anni che mi porto dietro un fastidio al ginocchio sinistro che si trasforma in un dolorino noioso anche dopo una semplice camminata. Se faccio uno sforzo di troppo si gonfia e fa male, è impossibile piegare la gamba e l’unica soluzione è il riposo e la borsa del ghiaccio. Certo, lo so, dovrei consultare uno specialista, fare degli esami, affrontare il problema per risolverlo, ma finché non diventa una cosa seria finiamo sempre per abituarci ai nostri acciacchi, non è vero? Diventano parte di noi e iniziano a condizionare le nostre vite. Niente che non possa essere risolto con un antidolorifico. A fregarci è la nostra maledetta vita sedentaria, la nemica numero uno di medici, nutrizionisti e cultori del fitness. Ormai lo sappiamo tutti quanto sia importante fare un po’ di attività fisica ogni giorno, eppure continuiamo a fregarcene in totale disinteresse per la nostra salute. Un atteggiamento di inspiegabile autolesionismo che in molti sono convinti si annidi nella cultura occidentale moderna e industrializzata. Insomma, quando si entra nel mondo del lavoro, si ricevono come contropartita un bel mal di schiena e il via libera a mettere su la panza…

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La glaciazione demografica

Una delle prime cose che un genitore apprende appena i figli iniziano a camminare è che seguirli come un’ombra e avere cento occhi non sono misure sufficienti per tenerli fuori dai guai. Non serve a niente poi colpevolizzarsi se non si è fatto in tempo ad afferrarli per evitare loro l’ennesima caduta. L’importante è essere lì pronti ad aiutarli a rialzarsi, a consolarli se piangono, a dare una rapida pulita ai vestiti se si sono sporcati e, soprattutto, a non farsi prendere dal panico e correre al pronto soccorso se si sono spaccati la testa. Essere genitori è un dramma, è una preoccupazione continua, un costante tenere a freno i nervi. Mette a dura prova la pazienza, è sfiancante, ti fa perdere il sonno, eppure, per quanto incredibile possa essere, resta una delle esperienze più emozionanti della vita…

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Crisi di mezza età

Nel maggio del 1994, a vent’anni, il mio unico pensiero era rivolto all’esame di maturità. Un chiodo fisso, un tormento come immagino lo sia stato per tantissimi altri, ma in certi momenti della vita è obiettivamente complicato provare compassione verso il prossimo e un dramma comune lo si percepisce come solo nostro. In fondo il passaggio alla vita adulta è una tragedia privata, un’intima sofferenza, significa doversi confrontare per la prima volta con le proprie insicurezze e trovare il coraggio per superarle. Eppure, gli indizi che oltre i banchi di scuola la vita sarebbe stata molto più complicata del previsto e che rendevano puerili quelle ultime paure adolescenziali, erano ben evidenti…

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Lavorare, lavorare, lavorare

Passeggiando sul lungomare di San Benedetto del Tronto è facile imbattersi in un monumento realizzato dall’artista contemporaneo Ugo Nespolo. L’imponente struttura di 7 metri di altezza riporta la scritta, a caratteri cubitali, “Lavorare, lavorare, lavorare, preferisco il rumore del mare”. Un’ode all’ozio, si dirà, tanto più che la città è nota per essere una meta vacanziera. Niente di tutto ciò, più che altro si vuole intendere che dietro il troppo lavoro si celano molto spesso pericolosi sentimenti di desiderio e avidità. Occorre smetterla di affannarsi ad inseguire necessità fasulle e fermarsi più spesso, invece, ad ascoltare il racconto della vita narrato dalla voce della natura…

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“La recinzione” letteraria

Simpatica iniziativa editoriale. Il libro, dopo letto, può essere utilizzato come utilissimo post-it. Basta strappare la copertina e appenderla sulla porta del frigo. In uscita Chiudere il gas prima di uscire e Tirare lo sciacquone dopo aver usato il WC.

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Non c’è niente di meglio che farsi una bella camminata all’aria aperta, respirare a pieni polmoni e sentire il proprio corpo rigenerarsi di nuove energie. Non è facile ironia, come qualcuno potrebbe pensare, ma la constatazione che quando vengono a mancare le cose che diamo per scontate la percezione della vita comincia a cambiare. E guardate bene, per la stragrande maggioranza degli esseri umani l’atto di respirare è la cosa più semplice e normale del mondo. Lo facciamo da quando siamo nati per circa ventimila volte al giorno. Eppure il virus che stiamo ancora combattendo ci ha mostrato con spietata crudeltà quanto siamo vulnerabili. L’infezione può presentarsi con diversi quadri clinici, ma manifesta la sua letalità soprattutto con l’insufficienza respiratoria…

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Una questione di rispetto

Sono un uomo. Ecco fatto, l’ho detto. Credo, anzi no, sono convinto che in un momento storico così caotico dichiarare la propria identità sia una forma di rispetto verso il prossimo. Perché occorre essere moderni e realistici ed affermare una volta per tutte che al giorno d’oggi l’essere uomo non è più l’unica alternativa all’essere donna. Se non la pensate così siete dei retrogradi, altroché. Qualcuno dirà, e che sciocchezze sono mai queste, non siamo forse tutti esseri umani? E no, è proprio qui che sta l’inghippo, perché professare l’uguaglianza è come negare la diversità. E allora giù critiche e insulti da tutte le parti. Al contrario, riconoscere la diversità significa accettare l’altrui identità.

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Bomba libera tutti

L’altro giorno mi è capitato di leggere una stroncatura di Bomba libera tutti, “Abbastanza insulso e poco credibile. Non è valso l’investimento del tempo per la lettura. Non lo consiglio”. Adesso, il romanzo, è vero, non è un capolavoro e le critiche, anche feroci, sono sempre bene accette, ma certo questo lettore o lettrice deve avere standard letterari da Dostoevskij in su. Comunque credo di aver capito chi sia, deve essere quel tipo a cui una volta ho pestato il piede in autobus e non gli ho chiesto scusa.

L’intuizione geniale

L’altro giorno, appena sveglio, forse l’eco di un sogno, ho avuto un guizzo, un’intuizione geniale. L’idea di una storia meravigliosa che nasce da un mistero intricato che si dipana in un luogo magico tra personaggi unici. Il romanzo perfetto. Era solo sedersi di fronte al computer e si sarebbe scritto da solo. Poi la macchinetta del caffè ha iniziato a gorgogliare e una telefonata improvvisa mi ha urlato che era il mio giorno di andare a prendere Carletto a scuola. Mentre mi infilavo di corsa i pantaloni l’intuizione geniale era già passata e adesso non me la ricordo più.

Anche lo scrittore ha i suoi problemi

Sei uno scrittore quando te lo dicono gli altri, ma anche quando te lo hanno detto non è che ci puoi fare tanto affidamento. Mi fanno ridere quegli scrittori che dicono di trovare ispirazione nella notte, scrivendo nella pace e nel silenzio con una tazza di caffè fumante di lato. Io la notte, se ci riesco, dormo. Con due ragazzini che durante il giorno smontano casa e si arrampicano sui muri, se la notte non dormo poi il giorno mi pesto le borse agli occhi. L’ispirazione me la faccio venire ramazzando casa e scrivo aspettando che la lavatrice finisca il ciclo del risciacquo. Forse per questo molte delle mie ultime poesie fanno rima co’ li mortacci tua. Mia moglie non mi capisce, è una vecchio stampo che vuole vedere i soldi dello stipendio a fine mese. Io le dico che se il romanzo che sto scrivendo avrà successo i soldi arriveranno tutti insieme, ma questo non la convince. Mi boicotta, mi lascia sempre i ragazzini per casa, e quando legge le cose che scrivo storce la bocca e mi dice che dobbiamo pagare la bolletta della luce.

La dura vita di campagna (per chi non ci ha mai vissuto)

La nostra gallina è morta, o meglio, è stata brutalmente assassinata. Le indagini non hanno ancora portato alla cattura del colpevole e con ogni probabilità il caso rimarrà irrisolto per la quasi totale mancanza di indizi e prove. Sono state solo formulate delle ipotesi tra l’altro non confermate dai fatti. L’unica cosa chiara è il profilo dell’assassino. Un soggetto subdolo, che agisce di notte approfittando dell’oscurità per sorprendere le sue vittime, preferibilmente ignare del pericolo e indifese. La sua psicologia non è molto complessa, un istinto animalesco che lo porta ad attaccare per esigenze primarie di sopravvivenza, ma il suo modus operandi silenzioso e approfittatore, che entra in azione quando la sua vittima meno se lo aspetta, delinea una intelligenza sopra la media. Un ritardo di alcuni minuti nella chiusura del pollaio gli ha fornito l’occasione propizia per compiere il suo crimine e fuggire indisturbato. Sul luogo del delitto sono state ritrovate alcune penne appartenenti alla vittima segno che vi è stata lotta. Tutto fa pensare che l’assassino abbia avuto la meglio e si sia portato via la preda. Il mancato segnale d’allarme della guardia cane ha inizialmente destato non pochi sospetti inducendo le indagini ad indicarlo come principale indiziato. Vari testimoni lo avevano visto nei giorni antecedenti il fatto correre appresso alle galline con la lingua di fuori facendole svolazzare da tutte le parti. Un alibi schiacciante lo ha poi collocato al momento del delitto in un altro punto della proprietà, presso la porta della cucina a sbafarsi i resti della cena. La gallina lascia il marito, un gallo fiero e ottimo cantore mattutino, e un pulcino di pochi giorni che è stato ritrovato poco lontano dal luogo dell’assassinio tutto impaurito e tremante. Dai pochi indizi rinvenuti è probabile che la mamma abbia sacrificato la sua vita per difenderlo. Adesso è il gallo che si è incaricato dell’educazione del pulcino, insegnandogli a raspare il terreno, a beccare di qua e li là e stare all’erta sui mille pericoli della vita.

La favola di Cenerè

Il personaggio di Cenerè ha fatto capolino nella mia testa quando abitavo a Roma, nel quartiere Monti Tiburtini. La frequentazione degli Studi Cinematografici De Paolis sulla Tiburtina e la lettura di alcuni classici ambientati nella Capitale, come La storia della Morante e Quer pasticciaccio di Gadda, hanno favorito il suo presentarsi alla porta del mio immaginario. Cenerè ha bussato delicatamente, con paura di disturbare, ma è bastato lasciarla entrare perché mi raccontasse una delle storie più intense che abbia mai scritto.

Una storiella dei nostri tempi #9

Intanto l’uomo sembrava non avere più tanta fretta e s’era messo a scaricare sul ragazzo tutto quello che aveva accumulato in quell’oretta. Le urla avevano attirato altra gente e a chi arrivava in quel momento non doveva sembrava più cosa da niente. Il cinesino era terrorizzato mentre l’uomo lo minacciava e non lo lasciava andare via. Qualcuno, addirittura, suggerì che fosse arrivato il momento di chiamare la polizia. Una donna, che fin dall’inizio si era affacciata da un terrazzo, urlò: «Per l’amor di Dio levategli di mano quel ragazzo, non lo vedete che non ragiona più, è diventato pazzo?» E difatti, l’uomo dalle parole era passato ai fatti. Con una pedata aveva ammaccato lo sportello e adesso dava colpi al finestrino e non si sarebbe fermato finché non avesse rotto anche quello. Il primo ad intervenire, il più coraggioso, fu il tipo che fino a quel momento aveva trovato quello spettacolino un poco uggioso. Cinse l’uomo da dietro e gli bloccò le braccia e per lo sforzo divenne tutto rosso in faccia. Poi, mentre quello continuava a dar pugni e pedate, lo allontanò dalla macchina con l’aiuto dell’amico suo, quello con le braghe un po’ calate. «Sali in macchina, vattene!» iniziarono a dire al cinesino tutti quanti. «Quello non si calma se gli rimani ancora qui davanti». E così fece, anche se un po’ atterrito e gli altri non lasciarono l’uomo finché il ragazzo non fu partito. Il peggio era ormai passato, anche se il signore continuò a mandare accidenti pure dopo che fu liberato. «Adesso si dia una calmata, basta!» disse la moglie del portiere mentre si affacciava con un bicchiere d’acqua fresca. L’uomo bevve e sembrò finalmente placarsi. Chiese scusa a tutti, ringraziò i ragazzi e la tensione iniziò a stemperarsi. Qualcuno, intanto, se n’era già andato che ormai non c’era più motivo di trattenersi. Guardammo l’uomo salire in macchina e uscire dal parcheggio finalmente senza impicci. Poi mise la prima, partì, e ci disse dal finestrino sorridendo: “Arrivederci!”

Una storiella dei nostri tempi #8

La faccenda aveva preso un’altra piega che partiva, certo, da lontano, fin dalle pagine de Il Milione, ma che adesso sarebbe finita in una più facile e gretta conclusione. Tant’è che nessuno proferì parola in quei momenti di stallo, perché sarebbe stato come incitare l’uomo urlandogli: “Daje addosso al giallo!” «È tua ‘sta macchina» gli fece l’uomo avvicinandosi minaccioso, e già il cinesino aveva abbassato la testa come un bimbo vergognoso. Chissà che aveva fatto fino a quel momento, di certo per uscire fischiettando doveva essere stato un bel divertimento e adesso, tutto poteva aspettarsi tranne di ritrovarsi a colloquio con uno che aveva un pugno come unico argomento. «Ti sembra questo il modo di parcheggiarla?» gli urlò in faccia, «almeno metti un foglio, un numero di telefono, per avvertirti di correre subito a spostarla. Da dove ce sei venuto per credere di poter fare come ti pare? Al tuo Paese non ve la insegnano l’educazione stradale?» «In fondo che avrà perso, a di’ tanto ‘na mezzora» intervenne la fioraia che poco prima di accidenti ne aveva in abbondanza. «Non vale la pena prendersela tanto, in fin dei conti il ragazzo non l’ha mica fatto per arroganza.» «E poi, caro signore» disse la moglie del portiere, «è vero che ‘sti cinesi hanno invaso il quartiere, ma c’è da dire che è da noi italiani che hanno preso le male maniere. Se siamo i primi a fare un po’ come ci pare e chiaro che se poi ci seguono anche gli altri non è che ci si può lamentare.» «Il fatto è che laggiù è proprio un altro mondo» disse Cesare lo zoppetto, «sono tutti inquadrati ‘sti poveri cristi. In Cina non c’è verso di essere diverso dagli altri, so’ proprio tutti comunisti. Chi sgarra, anche di poco, compie un atto di lesa maestà. Insomma, che sarà mai un parcheggio azzardato? Suvvia, un po’ di libertà!»

Una storiella dei nostri tempi #7

Alla fine quel pezzo di strada era diventato una comunella. Due s’erano pure ritrovati dopo tanti anni e si scoprì la triste notizia della morte del marito di una cara amica della sorella. Uno, che un posto se lo stava letteralmente sognando, chiese passando in macchina se il signore fosse appena arrivato o se, invece, se ne stesse andando. Ci fu un urlo generale, imprecazioni, risate e qualche parola di troppo, un fragore così grande che parve fosse scoppiato un quarantotto. L’uomo iniziò a bestemmiare con tale convinzione che quel vociare, più che una fortuna, fu senz’altro una benedizione: se quelle parole fossero arrivate alle orecchie del Padreterno il poveretto, oltre alla beffa del parcheggio, se ne sarebbe andato dritto all’inferno. Poi, gli occhi fissi sul suo iPhone, da un portone uscì un cinesino fischiettando. Come se niente fosse si avvicinò alla macchina in doppia fila e sbloccò le portiere col telecomando. Il vociare si placò in un istante e fu proprio tutto quel silenzio che gli fece capire che intorno a lui c’era tanta gente. Ma accadde un fatto imprevedibile. Mentre l’uomo strabuzzò gli occhi e gonfiò il petto, pronto a sollevarlo di mezzo metro tenendolo per il bavero del giacchetto, tutti noi lo guardavamo con facce strane, piene di delusione, perché non poteva essere quel ragazzino la causa di tanta confusione. Eravamo rimasti lì per vedere uno scontro, sicuri di essere testimoni di un vero e proprio avvenimento e adesso, all’improvviso, era finito tutto il divertimento.

Una storiella dei nostri tempi #6

«Io gliela sfonderei a martellate» disse un ragazzo con le braghe in po’ calate. «Una volta a un SUV di grossa cilindrata con la chiave gli ho fatto uno sbrego su tutta la fiancata» poi dette di gomito al suo amico e si fecero insieme una bella risata. Ma si vedeva che l’altro s’era già stufato e non aveva più tanto l’aria di spassarsela. Gli premeva qualche altro impegno e non vedeva l’ora di squagliarsela. «Ha provato a chiedere dentro la bisca?» disse una signora dal terrazzo. «Quella è gente che quando gioca non ci pensa al mondo di fuori, se ne infischia.» «Che disgraziati delinquenti» le fece replica la fioraia, «il signore, poverino, non può mica rinunciare ai suoi appuntamenti. Fossi io quando riappare quell’altro sai quanti gliene manderei di accidenti.» «Quello se ne sta da qualche parte a guardare» intervenne un tipo accendendosi una sigaretta, «se esce fuori adesso lo sa che se la passerà male. Faccia finta di ripensarci, di rinunciare e andarsene via e vedrà che riapparirà come per magia.» All’uomo gli era presa una strana agitazione e a quello che gli dicevano gli altri, ormai, non prestava più nemmeno troppa attenzione. I pensieri gli correvano a certi suoi ragionamenti che, a guardarlo bene negli occhi, si intuiva non fossero pensate divertenti. Soffiava come un toro, a labbra strette e con la faccia tutta corrucciata poi, ridestato, tornava alla sua auto per dare ancora qualche clacsonata. In queste sue elucubrazioni si spostava tra la sua macchina e l’altra, a contare i passi, i centimetri come fosse un leone in gabbia. E mentre tutti dicevano la propria e davano consigli, a lui, lentamente, gli saliva la rabbia.

Una storiella dei nostri tempi #5

«Il problema è che ormai non ce sta più rispetto» s’intromise un pover’uomo che camminava tutto zoppetto. Aveva appena fatto la spesa e combatteva tra il rimanere e fregarsene, ma si vedeva che aveva una gran voglia di dire la sua prima di andarsene. «Ai miei tempi, con tutto che c’era stata la guerra e si faceva la fame, era una vergogna fare un torto a qualcuno o mettergli i piedi in testa per un tozzo di pane. Oggi pensiamo di essere meglio degli altri e che i fatti nostri siano sempre più necessari mentre un tempo, invece, ci sentivamo tutti alla pari. «Ma lei sor Cesare è un signore», disse affacciandosi alla finestra del piano terra la moglie del portiere, «se fossero tutti come lei questo sarebbe il meglio quartiere. Ma infatti il problema non siamo noi italiani, è colpa di tutti ‘sti extracomunitari. E lei mi è testimone, io non è che so’ razzista, ma quelli boni se so’ trascinati dietro anche certe facce da terrorista che mica se vergognano a lasciare la macchina in mezzo alla pista.»

Una storiella dei nostri tempi #4

Dopo qualche minuto con lo sportello aperto, il braccio infilato dentro e lo sguardo teso fino in fondo alla via, aveva ormai persa ogni speranza di vedere presto avvicinarsi qualcuno indicandogli che “Ecco, ancora un attimo di pazienza e se ne sarebbe andato via”. Iniziò a guardare l’orologio di frequente e ad inveire contro il proprietario della vettura che lo bloccava lì, quello “stronzo fetente”. Ad ogni passo che faceva avanti e indietro gli si disegnava in volto un certo brutto cruccio che alternava a momenti di disperazione appoggiandosi sconsolato al tettuccio. Uno che era arrivato come noi nel bel mezzo della tragedia gli suggerì di chiamare subito la municipale, ma manco finì la frase che fu azzittito da un coro generale. «E che secondo lei il signore non ci ha già provato» disse una donna che se ne stava un po’ di lato. «Sono almeno quaranta minuti che ha chiamato. Gli hanno pure detto che arrivavano col carro attrezzi per portarla via con la rimozione forzata, ma a questo punto mi sa proprio che se so’ persi per strada.»

Una storiella dei nostri tempi #3

La faccenda, lo capimmo subito, non era nemmeno tanto originale e si rifaceva al quotidiano disprezzo del bon ton e del codice stradale. Con la scusa che ormai è impossibile trovare un parcheggio in città, lasciare la vettura in doppia fila è diventata una consuetudine più che una necessità, una maleducazione così diffusa che è tacitamente concessa finanche dalle autorità. Quello incastrato al suo posto, qualcuno ci disse addirittura “da più due ore”, era un signore di mezza età con la camicia tutta zuppa di sudore. Aveva tentato con mille manovre di venir fuori da quella situazione, ma visto che per questione di mezzo metro l’auto non riusciva a sortire con la marcia indietro, si era attaccato al clacson per cercare di avvertire quello che gli aveva parcheggiato dietro.

Una storiella dei nostri tempi #2

Questa volta, però, di agitazione ce n’era più del normale. Qualcuno stava suonando un clacson in continuazione e si erano già affacciate le signore alle ringhiere incuriosite da tutto quello strombazzare. Avevano abbandonando per un momento le faccende giornaliere e c’avevano ancora in mano le ramazze e gli stracci per spolverare. Anche il parrucchiere del Barber Shop New Delhi si era affacciato dal negozio, allungava il collo per dare un occhio e aveva lasciato il suo cliente indiano seduto sulla poltrona davanti allo specchio. Noi ci avvicinammo senza fretta, con le mani in tasca e lo sguardo svagato, come se tutto quel trambusto in realtà ci interessasse poco, ma quando arrivammo nei pressi di quel carosello ci facemmo largo per vedere meglio che s’era già formato un capannello.

Una storiella dei nostri tempi #01

Che vi devo dire, è una storiella dei nostri tempi, forse nemmeno troppo interessante. Comunque. Insieme al collega mio stavamo passeggiando senza fare niente. Oggi lavoro proprio non ce n’è e pur di non guardarsi negli occhi e piangere miseria ce ne andavamo a zonzo, in tasca al massimo i soldi per un caffè. Ci godevamo un solicchio scalda ossa e camminando, per distrarci dalle nostre preoccupazioni, i commenti erano tutti per le belle donne prese dalle loro mansioni, sfaccendate come noi o trafelate per i loro affari. Così parlando, alle volte non lo nego, in maniera anche un po’ triviale, un giorno sbucammo in una stradina che in genere è sempre una gran confusione. Sono tutti negozi uno appresso all’altro, c’è il fruttivendolo degli egiziani coi broccoletti a novanta centesimi, il panificio con la pizza bianca più buona del quartiere e da poco hanno aperto una bisca con le vetrine nere e dentro ci si rinchiudono a giocare ai video poker e alle slot mascine.

Il re Barba

Il re Barba è una favola nata da un appuntamento, quello quotidiano con mia figlia prima di dormire. Lei non si addormenta senza il suo latte e senza qualche principessa, o re, o principe che le indichino la via per il sonno. Non serve aprire un libro, cercare sul cellulare, anche se si è a corto di idee vuole che sia una storia inventata di sana pianta, al momento. Lei partecipa, suggerisce, accenna i caratteri dei personaggi, dà le linee guida del racconto e poi via, si accomoda sul cuscino pronta ad inoltrarsi nel mondo della fantasia. Il bello di raccontare per i bimbi è che non ci sono limiti, nelle storie davvero tutto può succedere. Alle volte sono così preso dalla narrazione che arrivo quasi alla fine e lei già dorme da un pezzo. Allora corro a scrivere, prima di scordarmi. Perché le favole sono come i sogni, se non le afferri quando ti passano davanti può essere che non tornano più.

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Nuovo racconto

Gli ingredienti di una ricetta sono sempre il risultato della fatica dell’uomo. Molto spesso sono i simboli di soprusi, di tragedie e prima di essere trasformati in piatti prelibati sono lavati del sangue di uomini e donne vittime di una società vile e senza scrupoli. Dorina e Rosario sono i muti testimoni di una crudele realtà. Le loro vite, apparentemente distanti, sono legate da una sottile speranza, che potrebbe diventare un grido di rivolta. Amo particolarmente questo racconto. Scritto su commissione per far parte di una raccolta che aveva per tema il Gusto, l’arte culinaria, si è sviluppato fin dalle prime righe sulla caretterizzazione di personaggi tragici, di una umanità talmente intensa da farli sembrare veri. Si riesce a vederli, toccarli, addirittura a sentirne l’odore. Quando questo miracolo accade essi, attraverso di me, escono definitivamene dall’anonimato per raccontatare al mondo la loro sofferenza.

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Sandra D.

Per Carlo guidare a fine giornata è un po’ come trasportare i propri pensieri dalla scrivania dell’ufficio fino alla poltrona di casa. Ultimamente si è ritrovato troppo spesso a pensare alla sua vita come ad una involuzione delle sue aspirazioni e la sua peggiore paura è quella di essere sicuro di aver perso persino il coraggio per ammetterlo.

Dovrebbe andarsene, come hanno fatto tanti altri. Ma dove, a fare cosa? Sicuramente in una città dove non occorrano trenta minuti per trovare un posto dove parcheggiare. Una città dove si possa ancora trovare il tempo per fare le cose non dove il tempo ti viene rubato, come tutto il resto d’altronde.

Ma quella sera Carlo è fortunato, proprio sotto casa un camion dei traslochi che se ne sta andando lascia libero un sacco di posto. Stasera stappo una bottiglia, pensa facendo manovra.

Entra nel portone e sale le scale fino al suo pianerottolo. Mentre sta per aprire la sua porta si spalanca quella dei vicini. Sulla soglia compare una giovane donna. Indossa un cappotto rosso. È bellissima, tanto che Carlo ne rimane sorpreso. Lei gli sorride e abbassa leggermente lo sguardo. Alle volte l’incontro tra due persone può rendere magico un luogo anonimo, di passaggio tra il dentro e il fuori.

Carlo interrompe quei momenti di imbarazzo attaccando discorso. Le dice come sia strano il fatto che siano vicini da un anno e ancora non si fossero mai visti. Lei conferma e sorride. Lui le dice che sente sempre la sua voce attraverso i muri poi, imbarazzato, si incasina con le parole per cercare di farle capire che non sta certo lì ad origliare per farsi i fatti degli altri.

Lei ride e la sua bellezza si trasforma in incanto. Gli confida che adora la musica che ascolta, che potrebbe sentirla per ore.

Carlo è sollevato, in effetti i colpi sul muro e le grida “abbassa quella musica del cazzo” non gli avevano mai fatto pensare a qualcuno che gradisse la musica classica. Ma di certo, adesso è tutto chiaro, chi preferisce la telecronaca delle partite a tutto volume anziché un po’ di buona musica è il marito non lei.

La donna abbassa nuovamente lo sguardo, questa volta con vergogna.

Carlo le si avvicina, è serio adesso, c’è una insolita decisione nei suoi movimenti. Le chiede perché si faccia trattare in quel modo. Lei cerca subito di difendere il marito, di minimizzare, ma Carlo insiste.

Sente spesso le loro urla, le botte, i suoi pianti dopo che lui ha sbattuto la porta di casa. A lei scende una lacrima. Carlo le passa il dorso della mano sulla guancia. Lei finalmente lo guarda. Adesso sono davvero vicini. Si baciano, con passione e trasporto e poi lei lascia che Carlo l’abbracci forte e a lungo, abbastanza perché l’odore si attacchi ai ricordi.

Lui la invita ad entrare, a ridere insieme di lui quando lo sentiranno entrare e sarà infuriato non trovandola in casa. Lei lo guarda e sorride amaramente, poi gli dice che sarebbe bello, davvero bello.

Entra per un attimo in casa e ne esce con una valigia. Gli dice che stanno traslocando, che il marito ha ottenuto un lavoro in un’altra città. Lui e il camion dei traslochi si sono già avviati e lei li seguirà con la sua macchina. Si volta verso il campanello e ne estrae il cartellino. Strappa un pezzo, lo consegna a Carlo e gli dice che è stato un piacere fare la sua conoscenza.

Carlo la guarda scendere le scale, sparire oltre la rampa. Il portone chiudersi. Poi osserva la targhetta. C’è il suo nome, Sandra, e ciò che rimane del suo cognome, la D.

Carlo apre la porta del suo appartamento ed entra.