La maledetta tentazione

A prima vista potrebbe sembrare una cosa da niente, una semplice debolezza.  Chi non ne ha mai avuta una? Chi non è mai stato provocato da quel diavoletto dispettoso che se la ride osservando i nostri tormenti, in bilico tra pulsioni e razionalità. Ma poi passa, non è vero? Si rientra nei ranghi. Si dà ascolto alla nostra coscienza, si reprimono certi pensieri finché rimane solo un calore indefinito dietro la nuca che lentamente scompare. È così, mi è successo spesso e poi tutto alla fine è filato liscio come l’olio. Fino alla volta successiva. Il vero problema è che la tentazione esprime in sé l’illusione dell’inconseguenza, ecco svelato il potere del suo fascino.

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Le mille promesse dei primi di maggio

Finalmente ha trovato lavoro. Dopo tanto tempo, grazie a Dio, non lo hanno assunto. Finita l’università aveva inviato centinaia di curricula, devo dire con poco entusiasmo e infatti tutti, nessuno escluso, gli avevano risposto celermente e con un certo interesse. Ricordo che passò alcuni mesi chiuso in casa, di malumore, e pensavamo addirittura che fosse caduto in depressione. Non riusciva a capire. Dopo aver studiato tanto, dopo tutti quegli anni di sacrifici, non poteva credere che fossero arrivate così tante offerte di lavoro.

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Il marito dell’astronauta

Ma che bella schifezza, che orrore. Una polemica sterile, gretta, anacronistica, così intrisa di becero maschilismo che non si può che rimanerne indignati. E badate bene, noi uomini per primi. Insommauna donna adulta e vaccinata, che ha studiato e ha fatto dei sacrifici, che ha dimostrato di essere capace e meritevole non può decidere in tutta serenità di starsene cinque mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale che subito tutti lì a criticarla, a dubitare che sia una buona mamma e una moglie amorevole. Suvvia. Sarebbe come dire che in quanto astronauta può pure infischiarsene di stare coi piedi per terra, ma come donna di casa non va proprio bene che stia con la testa tra le nuvole.

– Allora, amore, io sto andando. La cena è nel forno. Vi ho lasciato cibo pronto congelato per cinque mesi. Solo metterlo nel microonde due minuti alla potenza massima. Se ogni tanto ti ricordi di comprare pane e latte non dovreste morire di fame. Sul frigo c’è il numero del centralino della NASA. Mi raccomando, solo per le emergenze. Mi fai uno squillo e quando la Stazione Internazionale passa sopra casa mi infilo la tuta spaziale e faccio un salto. Sinceramente non so se funziona, ma l’ho visto fare in un film. Ah, dato che ci sei, annaffia le piante.

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La minaccia pasquale

Giuro, le abbiamo cercate dappertutto, più di una volta, negli stessi posti dove le aveva lasciate lo scorso anno, ma anche altrove, in luoghi nascosti, credendo che avesse voluto rendere la sfida più divertente, più avvincente. In fondo dove sta il divertimento se le cose che qualcuno ha nascosto per gioco poi si trovano subito? Ma questa volta proprio non c’erano, non è possibile che non siamo riusciti a trovarle e che tra un po’ salteranno fuori come per magia. Non abbiamo preso un abbaglio. Ormai è certo. È triste ma è così, ce ne dobbiamo fare una ragione, il coniglietto della Pasqua non è passato e non ha lasciato le uova di cioccolato.

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La pace in fondo alla prospettiva Nevskij

Sono un essere spregevole, deprecabile. La mia è una vera e propria aberrazione fisica e mentale. Mi sento un reietto della società, vivo nascondendo questo mio segreto, questo mio inconfessabile dramma che mi sta trascinando nella solitudine e nell’angoscia. Sarebbe meglio andarsene perché sono cosciente che prima o poi farò soffrire tutti quelli che mi amano. Dovrei farlo al più presto, prima che tutto venga alla luce, perché sento che il cerchio si stia chiudendo e tutte le prove portano a me. Sono io il mostro? Il castigo per i miei delitti è questo tormento che mi affligge, la paranoia di essere seguito, osservato, ovunque io vada. È lui, perché non lo fermano? perché non lo legano e non lo sbattono in un sanatorio per poi buttare la chiave?

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Uno schiaffo da Oscar

C’è stato un periodo nella mia vita in cui un tipo mi faceva arrabbiare di brutto. Quando lo incontravo mi mandava su tutte le furie e immediatamente iniziavano a prudermi le mani. Non ricordo molto bene che cosa facesse per irritarmi così tanto, fatto sta che il mio volto si stravolgeva in una smorfia di rabbia e odio e con questi sentimenti mi avvicinavo a lui minaccioso. Irrigidivo le dita delle mani e caricavo il braccio con una leggera torsione del busto pronto a sferrargli una sberla con l’intenzione di colpirlo dritto in faccia. Siccome le mie sventole sono come quelle di Bud Spencer che ti sollevano da terra e ti fanno fare la capriola, lo immaginavo già stramazzare per terra chiedendo perdono e scusarsi per tutto il male chi mi aveva procurato. Solo che, con mio grande disappunto, accadeva ogni volta la stessa fastidiosissima cosa: improvvisamente mi mancava la forza.

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La disfatta psicofisica

La mia acidità di stomaco è la prova inequivocabile che l’organismo umano sia un’unità psicofisica inscindibile. Il nostro corpo e la nostra mente sono intimamente collegati, sono in costante connessione al di là della nostra volontà. Questa visione olistica del corpo, secondo la quale, cioè, non è possibile concepirlo come un semplice assemblaggio delle sue varie parti, bensì come una complessa struttura che agisce nella sua globalità, trova la sua conferma nell’immediata ed eccessiva produzione di succhi gastrici nel mio stomaco e il conseguente gonfiore del mio addome allorché anche solo una puntina di stress, una preoccupazione, un disagio legato ad un pensiero storto si formano nella mia mente. Il mio cervello ha un filo diretto con l’apparato digerente, sono complici, se la intendono, interagiscono tra loro attraverso una complessa rete di fibre nervose che non riesco in alcun modo a controllare.

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Un robot per papà

Giorni fa me ne stavo in casa per i fatti miei quando la bambina è venuta da me e mi ha detto che dovevo aiutarla a costruire un robot. L’ho guardata negli occhi e le ho chiesto se avesse sentito bene, se a scuola le avessero detto proprio questo e lei ha fatto sì con la testa prima di correre via impaurita. Ho riempito i polmoni, chiuso gli occhi e fatto un gran respiro. Il momento era finalmente arrivato. Certo non mi aspettavo potesse essere così presto. I fatti, gli indizi sempre più evidenti, tutto faceva supporre che prima o poi potesse accadere, ma non adesso. D’altro canto quale momento migliore. È da tempo che continuo a domandarmi se saremo pronti ad affrontare nuovi e terribili stravolgimenti nelle nostre esistenze.

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Riflessioni di un uomo in attesa

Stavo riflettendo, qui seduto, su come tentare di affrontare questa difficile situazione e sulla necessità di trovare presto una soluzione alternativa all’aspettare che qualcuno venga in mio soccorso. Anche perché, diciamocela tutta, a nessuno piace stare in attesa. Eppure la vita ci mette in attesa in continuazione e quella di attendere pare proprio sia diventata una delle condizioni umane che più ci angosciano, come il soffrire o il morire. Ci sentiamo fatalmente destinati all’attesa, sottomessi allo svolgersi degli eventi o alle decisioni di qualcuno, spesso ai suoi capricci, e questo ci snerva perché nell’attesa non riusciamo a vivere la nostra vita da protagonisti. Diventiamo addirittura irrazionali. Attendiamo fiduciosi, speranzosi, e perché l’attesa finisca siamo disposti anche a votarci a tutti i santi.

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L’uomo vestito a festa

Tra poco, un mese circa, dovrò indossare nuovamente il vestito elegante. L’unico che ho è riposto nell’armadio, imbustato e appeso accanto ai vecchi giacconi invernali da donare, ma che sono ancora lì perché chi lo sa possano ancora servire. Il vestito, un completo blu scuro, taglio classico, lo comprai per il matrimonio di Paolina. Lei è rimasta incinta tre anni dopo, il bambino adesso ha circa cinque anni quindi, facendo un calcolo rapidissimo, non è proprio così sicuro che riesca ancora ad entrarci con disinvoltura. In fondo sono sempre otto anni di panza in più.

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Evviva! Abbiamo perso la guerra

Proprio l’altro giorno è successa una cosa strana. Si sono svegliati e la guerra non c’era più. Sparita. L’hanno cercata un po’ ovunque, hanno spostato il divano e il mobile sotto la finestra, ma niente. Finché poi, per il rumore, i bimbi si sono svegliati e dopo aver bevuto un bicchiere di latte, pensando fosse un gioco, li hanno aiutati a cercare. Hanno guardato in garage, sotto la macchina, in giardino dietro le siepi e persino in cantina, dove in genere si nasconde l’uomo nero, ma della guerra nessuna traccia.

– Bimbi, ditemi la verità. Non è che l’avete nascosta come avete fatto col telecomando, quella volta che volevate che mamma e papà giocassero con voi invece di vedere la televisione? Potete dircelo, non ci arrabbiamo. Se ce la ridate non vi mettiamo in punizione, ve lo giuro.

– Ma che cos’è la guerra? – gli ha chiesto la più grande, e lo guardava con gli occhioni spalancati.

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Il sorriso mascherato

Devo confidarvi una cosa, ma promettete di non dirlo a nessuno. Temo di aver perso la capacità di sorridere. Già. Sono giorni che faccio prove allo specchio, che penso a situazioni che dovrebbero farmi sorridere, ma niente, al massimo esce fuori un ghigno distorto, un aborto di sorriso che sembra più che altro una smorfia. Preso dal panico, di nascosto, mi sono sparato centinaia di selfie, per cercare di catturare almeno in uno scatto un’espressione sorridente. Macché. L’unico modo per far sparire quel velo di preoccupazione che sembra ormai tatuato sulla mia faccia è quello di mettermi di tre quarti, controluce, digrignare i denti e allargare le labbra stirando al massimo i muscoli zigomatici.

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Le vicissitudini dell’uomo coraggioso

È tempo che io ritrovi il coraggio, ovunque si sia nascosto, di stanarlo e poi afferrarlo e tenerlo stretto senza più lasciarlo. Il cercare semplicemente di farmi coraggio non serve a niente, spesso significa continuare a mentire a me stesso e quello che riesco a tirar fuori sono al massimo un po’ di audacia o temerarietà che mi portano a correre rischi inutili e a mettermi ancora di più nei guai. Il coraggio non ha niente a che fare con l’incoscienza, che è più un’attitudine degli stupidi, quanto saper affrontare a viso aperto le incertezze della vita.

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Lontano nello spazio in un eterno esistere

Più si guarda lontano nello spazio, più è possibile guardare lontano nel passato. Ad esempio, se il sole si spegnesse adesso, come si spegne la luce di una lampadina uscendo da una stanza, farebbe buio solo dopo circa dieci minuti. La luce ha una velocità finita, poco meno di 300 km al secondo, questo significa che ogni immagine che vediamo, anche quella più vicina a noi, proviene dal passato. La luce di una supernova distante 160.000 anni luce e osservabile in questo momento, in realtà si è sprigionata da una esplosione cosmica avvenuta quando l’homo sapiens iniziava la sua esistenza sulla terra.

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Il triste addio del sovrano a due posti

È arrivato il momento di dirsi addio. Non credevo potesse essere così dura lasciarti anche perché, obiettivamente, in giro per il mondo ce ne sono tanti migliori di te. Ma devo ammettere che in questi anni di pandemia sei stato un grande amico, forte e fedele. Hai accolto tutta la famiglia senza mai un lamento, riuscendo incredibilmente a diventare ancora più accogliente quando ci stringevamo tutti e quattro tra le tue braccia. Erano i momenti in cui tu sei stato più felice, mentre concedevi a tutti noi uno spazietto comodo in cui accoccolarci e sentirci, almeno per un po’, la famiglia perfetta. In quel sovrapporsi di corpi, abbracci e risate abbiamo capito quanto l’amore sia l’unica cosa davvero essenziale nella vita.

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Quando si parla di immortalità nessuno pensa ai maiali

Da qualche giorno ho scoperto che se si è angustiati si può diventare un tantino irrazionali e provare invidia persino per un verme. Mi spiego. Non è che abbia deciso di disprezzare la mia vita o di considerarla inferiore a quella di un invertebrato, al contrario. La amo così tanto che mi sembra davvero ingiusto che prima o poi debba finire. Quindi, se un cocktail di farmaci anti-età è riuscito a raddoppiare la vita dei vermi nematodi e dei moscerini della frutta, lasciandoli persino forti e in buona salute, concedetemi di provare un po’ di invidia, non credo che finirò dritto all’inferno per questo. È più probabile che ci finisca per questo mio intenso desiderio di immortalità.

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La prima storia molto falsa del 2022

La notizia non ha ancora trovato conferme certe, ma nemmeno categoriche smentite. L’argomento, in effetti, è delicato e nessuno sembra voler ancora prendere una posizione ufficiale sulla vicenda. Le prossime ore saranno quindi decisive per chiarire una questione che si preannuncia spinosa e che potrebbe aprire profondi interrogativi di carattere sociale, scientifico e persino filosofico e teologico. Il timore di molti – ecco spiegata l’eccessiva cautela – è che la notizia possa scuotere l’opinione pubblica già vessata da mille inquietudini.

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Dove tutto ha inizio

Tutto sta nell’iniziare. Procrastinare – lo sentite anche voi quanto persino la parola suoni male, così dura, cacofonica – non sembra più una condizione viabile, una opzione da prendere in considerazione. Il dopo potrebbe essere troppo tardi. La soluzione di fuggire nel metaverso, ad esempio, non credo sia quella giusta. Mi pare più che altro un attraente invito a mettere la testa sotto la sabbia, a chiudersi in un club esclusivo mentre tutto, là fuori, continua a cadere a pezzi.I visori per la realtà virtuale ci consentiranno di vivere in un mondo nuovo, diverso, affascinante, dove tutto potrebbe sembrare possibile, ma in verità serviranno a tapparci gli occhi su ciò che probabilmente sarà sfuggito definitivamente al nostro controllo.

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La fastidiosa certezza dell’anno che verrà

Cosa c’è di buono è che l’anno sta per finire. Era il pensiero che puntualmente si formava nella mia testa in uno di quei momenti di malinconia a ridosso del Natale. Avete presente, no? Pur nella sua estrema banalità, il mio pensiero conteneva intrinsecamente due riflessioni, che l’anno appena trascorso non era stato proprio da incorniciare e la speranza, forte, piena di sinceri propositi, che l’anno avvenire potesse essere, al contrario, ricco di soddisfazioni e di successi. Cosa alquanto incredibile, mai si insinuava il timore di ritrovarmi al Natale successivo afflitto dalla stessa malinconia. Quella speranza nel futuro risvegliava una certa aria decisa, un piglio differente, un desiderio di riscatto che mi faceva sentire un uomo nuovo, rinnovato, una sorta di ciclica e vitale resurrezione.

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Chi lo avverte Babbo Natale?

Non vorrei essere il solito allarmista, ma credo che qualcuno dovrebbe prendere coraggio e domandare a Babbo Natale se ha fatto la terza dose. Ormai il suo arrivo è alle porte e non è che poi ci possiamo sentire in colpa se succede qualcosa e passare le prime settimane del 2022 con l’angoscia se quella tossettina è un raffreddorino preso andando in giro per il mondo con la slitta e le renne o se è proprio Covid. Insomma, mi sembra che abbiamo già un sacco di grattacapi a cui far fronte, dover anche spiegare ai nostri figli che per questo Natale tutto ok ma per il prossimo chi lo sa, mi sembra un po’ troppo. Io, sinceramente, non saprei nemmeno come approcciarlo questo discorso. Sono molto più preparato a spiegare come nascono i bambini che a comunicare loro l’eventuale notizia di doverci preparare al peggio perché Babbo Natale è entrato in terapia intensiva.

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Il Paese delle mani sul …

L’altro giorno, non so come e quale strada io abbia percorso, sono capitato in un posto dove per salutarsi si toccano il sedere. Non è che sia una cosa folkloristica, che si faccia in un dato periodo dell’anno, per una festa o una ricorrenza. No. Per loro è normale, molto di più che stringersi la mano o avvicinarsi con la guancia destra e sinistra e fare il rumore del bacetto con le labbra. Anzi, questi saluti in particolare sono considerati sconvenienti e offensivi, poco sinceri ed effimeri. Sono tollerati solo nelle rare occasioni di incontri ufficiali con importanti personalità di altri luoghi. Certo, anche loro per causa della pandemia e del distanziamento sociale hanno dovuto trovare dei modi alternativi per salutarsi e reprimere quella voglia innata di allungare la mano, ma adesso che le cose sembrano migliorare e le persone stanno tornando a frequentarsi sempre di più, le sfregatine sulle natiche, le pacche e le palpate stanno nuovamente riavvicinando questo popolo che fa della schiettezza il suo punto di maggior orgoglio.

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Prepariamoci al peggio

Che la vita, alle volte, ci metta di fronte a grandi momenti di difficoltà lo sappiamo bene tutti quanti, non serve certo qualcuno che venga qui a ricordarcelo con la sua aria da saccente. Quello di cui cerchiamo di convincerci, e secondo me con grandi colpe, è credere che la vita, tra una difficoltà e l’altra, possa filare liscia come l’olio. In realtà è un miraggio, un’utopia. La grande verità, alla quale mi sono sempre rifiutato di credere, è che occorre sempre prepararsi al peggio. In fin dei conti, guardando alla Storia, è sempre stato così, non è una novità. Le accuse di essere dei pessimisti, dei disfattisti, di esagerare, ormai non reggono più. Insomma, dai! Chi avrebbe potuto immaginare una pandemia globale di tale forza e le sue fastidiosissime varianti? Non c’entrano niente i complotti, veri o teorici, qui si tratta di fatti…

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L’esasperazione che bolle in pentola

Ho un segreto inconfessabile da rivelare, un segreto di cui mi vergogno, che mi ha tolto il sonno per giorni. Un tormento che non mi dà tregua, che torna ad ossessionarmi ad ogni momento finendo per oscurare le mie giornate, anche quelle che dovrebbero essere più liete e spensierate. Tutto è cominciato con un gesto che si è consumato in un secondo, un raptus, qualcosa che non era stato calcolato – lo giuro – che è avvenuto senza un preavviso, senza premeditazione. L’ho fatto e basta, senza pensarci, come quando fai una cosa e immediatamente nemmeno ti ricordi perché l’hai fatta, quella cosa. È stato più o meno così, sì, forse in realtà pensavo ad altro, ero sovrappensiero, non stavo prestando molta attenzione a quello che stavo facendo. Mi ricordo solo un certo disagio, un disappunto, prima dello spregevole gesto, ma niente di più…

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L’indolenza e il cassettino della lavatrice

Proprio ieri, ma potrebbe essere un ieri qualunque, non è che fosse un ieri speciale, il giorno prima di oggi insomma, un oggi qualsiasi, è passata davanti ai miei occhi una macchina, di quelle col cassone dietro, che caricava una lavatrice. L’avevano stretta con delle cinghie, a prima vista un lavoro ben fatto, da professionisti. Era una lavatrice usata, non di quelle appena uscite dal magazzino, impacchettata con la plastica trasparente e il polistirolo a protezione dei bordi, per intenderci. Probabilmente si trattava di un piccolo trasloco, non di una consegna con bolla di accompagnamento. Chissà, forse un favore, un lavoretto extra a fine giornata, giusto per arrotondare un po’.

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La pistola caricata a buongiorno e buonasera

L’espressione corretta è “caricare una pistola con proiettili a salva” declinato al singolare e non a salve nella forma al plurale. Quel salve, che potrebbe essere facilmente confuso con un buongiorno e buonasera, in realtà deriva dall’azione di sparare simultaneamente una grande quantità di colpi di artiglieria verso uno stesso bersaglio, una salva di proiettili, appunto, da una moltitudine di bocche da fuoco generalmente posizionate su navi da guerra, o con razzi e missili sparati da terra per raggiungere un obiettivo lontano oltre confine. Deriva, ad esempio, dalla salva di bombe sganciate sulle città italiane dagli aerei durante la seconda Guerra Mondiale. La parola salva, che quindi non ha origine dalla parola salvatore, intesa come Cristo Redentore, tanto meno da salvezza, che sia quella spirituale o materiale, è usata perlopiù in espressioni che evidenziano un fallimento, un momento infelice, un dramma.

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Allenare la mente al dubbio

In uno studio effettuato nel 2015 è stato presentato ad un gruppo di persone la situazione ipotetica in cui un’automobile guidata da una intelligenza artificiale sta per investire alcuni pedoni ed è stato chiesto loro come la macchina si sarebbe dovuta comportare. La maggior parte rispose che avrebbe dovuto salvare la vita dei pedoni e sacrificare quella del proprietario del veicolo. Allo stesso gruppo di persone è stato poi domandato se avrebbero comprato un’automobile programmata per sacrificare il proprietario in un certo tipo di situazioni. La maggior parte di loro rispose di no.

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Le conseguenze del disordine

Introducendo la dimensione temporale nello studio della scienza dei sistemi complessi si giunge alla formulazione di tre domande fondamentali: perché le cose sono andate così? Era inevitabile che andassero così? o potevano andare diversamente? Siccome sono le stesse domande che mi pongo ormai da un po’ di tempo, all’incirca da quando ho superato la soglia dei quarant’anni, si può dire, scientificamente parlando, che la mia vita è a tutti gli effetti un sistema complesso. Personalmente l’avevo sempre definita semplicemente “un gran casino”, ma da alcuni giorni, più precisamente da quando è stato assegnato a Giorgio Parisi il Premio Nobel per la fisica per il suo contributo alla scoperta dell’interazione tra il disordine e le fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria, ho iniziato a vedere le cose da un altro punto di vista.

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La fiera dei buoni propositi

Bene. Seconda dose fatta. Postumi da vaccino (mal di testa, dolori muscolari, secchezza delle fauci e formicolio agli arti) superati. Green pass già in tasca. Sono pronto a ripartire, ma con uno spirito diverso, inaspettatamente propositivo. Prima di tutto occorre rimettersi in forma per recuperare la tonicità fisica dimenticata da qualche parte a causa del forzato isolamento e dello smart working. Mens sana in corpore sano. Sveglia a prima mattina. Corsetta rilassante intorno casa. Poi doccia al volo, tre minuti al massimo per non sprecare troppa acqua, e colazione ricca di liquidi, fibre, vitamina C e giusto bilanciamento di carboidrati e calcio. Smaltire la bile e migliorare i processi digestivi. Addio cattiva abitudine di fare colazione in piedi, velocemente, buttando giù una sorsata di caffè acido e infilandosi in bocca un paio di biscotti presi dal pacco formato famiglia. Da ora in poi solo prodotti freschi, di qualità, biologici e a chilometro zero.

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Disquisizioni sulla panza

Adesso basta! Dopo circa trent’anni di convivenza, tra alti e bassi, momenti di fiera accettazione ed altri di capriccioso abbandono, ho deciso di dichiarare guerra alla panza. Da quando mi hanno fatto notare un principio di flaccidume, qualcosa si è spezzato, non riesco più a guardarla, non la riconosco, intravedo una certa stonatura nel mio corpo. Il problema è che dopo tanto tempo a certe cose ci si affeziona: non si fa niente perché appaiano e rimaniamo ugualmente inerti nel farle sparire. In fondo è sempre stata una panzetta, quel simpatico segno distintivo di chi vive la vita un po’ così, senza farci troppo caso. C’è sempre una donna che va matta per l’uomo imperfetto e sempre un amico complice pronto a dirti che “omo de panza è omo de sostanza”. Una sostanza che ho finito per riporre più nella testa che nei muscoli, colpevolmente incapace di ripartirla in entrambe le cose. La panzetta ha sempre certificato con spavalderia il mio essere pigro. Guai a nasconderla o camuffarla perché l’uomo davvero pigro è senza vergogna.

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Tutta colpa della pandemia

Non sopporto il mio cane, ma ciò è inevitabile perché il mio cane è obiettivamente un tipo insopportabile. È un opportunista, un ladruncolo, è geloso, esigente, pigro, mangia rumorosamente, praticamente si ingozza. Ama inzaccherarsi, sembra farlo per dispetto, poi si gigioneggia, mi provoca. Purtroppo mi è capitato tra capo e collo, per il desiderio di mia figlia di avere un cucciolo in un momento abbastanza delicato di inizio lockdown in cui ci è sembrata un’ottima idea accontentarla. Come dire, in un altro momento assolutamente niente mi avrebbe fatto acconsentire ad avere un cane, sarei stato irremovibile, anche perché era chiaro fin da subito chi avrebbe dovuto prendersi l’incarico di accudirlo appena non sarebbe più sembrato un peluche. Tutta colpa della pandemia. Ormai ce lo ripetiamo un po’ per tutto ciò che non va per il verso giusto. E così via, la tirannia mascherata da Democrazia, i complotti, George Orwell che continua ad essere così incredibilmente attuale, i cinesi, che se non fossero andati a rompere le scatole ai pipistrelli nelle caverne a quest’ora saremmo tutti felici e senza problemi. Tutta colpa della pandemia…

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I traghettatori della vita

Siamo figli delle stelle, la nostra vera dimora è l’Universo infinito e tutte le sue galassie. Siamo l’essenza dei pianeti, degli astri, degli sconvolgimenti cosmici. Siamo stati generati da esplosioni stellari, le supernove, e concepiti da una pioggia di meteoriti. Così, con la grazia dell’esattezza degli eventi, è rappresentato il vero miracolo della nostra esistenza, violento e inesorabile nella composizione degli elementi. Divino nella sua dogmatica imperscrutabilità, scientifico nell’irrefrenabile ricerca della scoperta. Le nostre origini sono talmente lontane e dimenticate che non basteranno millenni per svelarne tutti i segreti. Eppure l’Universo non ha mai smesso di inviarci i suoi segnali di vita che le civiltà hanno assimilato e trasformato in leggende…

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La minaccia che viene dal futuro

Elon Musk, padre padrone di Tesla, ha annunciato l’uscita per il prossimo anno di un robot umanoide pronto a convivere con gli uomini e a sostituirli in lavori pericolosi, ripetitivi o semplicemente noiosi. Niente a che vedere coi soliti prototipi che siamo stati abituati a vedere, sgraziati, instabili, lenti, goffi, persino teneri nei loro primi passi incerti. L’intelligenza dell’automa di Musk sarà direttamente collegato agli incredibili sviluppi ottenuti da Tesla sulla tecnologia Autopilot delle sue innovative automobili. Alto 1 metro e 75 centimetri, 57 kg, forme aggraziate ed eleganti, ufficialmente il Tesla Bot è stato concepito per aiutare l’economia in generale, in realtà potrebbe essere una minaccia…

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La follia dell’uomo buono

Oggi mi sono svegliato presto, al canto del gallo. Ho bevuto un bel bicchiere d’acqua, ho fatto alcuni esercizi di stretching, poi sono uscito a vedere il sorgere del sole e ho deciso di diventare un uomo buono. Non me lo domandate, non so cosa mi sia preso. Non so cosa mi abbia spinto a prendere questa folle decisione, forse l’eco di un sogno. Fatto sta che pur essendo cosciente che sarebbe stata un’impresa praticamente impossibile ho pensato anche che prima o poi qualcuno avrebbe dovuto pur iniziare ad esserlo. Voglio dire, la maggior parte delle cose che accadono sulla terra sono una conseguenza diretta o indiretta dell’azione dell’uomo. C’è chi crede seriamente che siamo arrivati al punto del non ritorno o, nella migliore delle ipotesi, che ci manchi davvero poco e che quindi non possiamo più permetterci di sbagliare. Se così è, allora iniziare ad essere un uomo buono e responsabile può solo portare dei benefici…

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Un grande balzo per l’umanità e i quattro citrulli che attraversano la strada

L’8 agosto del 1969, poco prima di pranzo, Paul Cole, un venditore di Miami di 57 anni in vacanza a Londra con la moglie, passeggiando nei pressi del Regent’s Park, più precisamente in Abbey Road, rimane incuriosito da quelli che in un primo momento gli sembrano quattro citrulli che si divertono ad attraversare un incrocio in fila indiana. Uno è vestito di bianco, ha la barba incolta, i capelli lunghi e sembra un santone, un altro cammina addirittura scalzo. Una persona, appollaiata su una scala aperta in mezzo alla strada, li sta fotografando e in uno degli scatti, divenuto immediatamente celebre in tutto il mondo, Paul Cole appare in fondo sulla destra intento ad osservare la scena. La meravigliosa storia dei Beatles è ormai arrivata al capolinea e quel giorno sarà uno degli ultimi in cui si ritroveranno tutti insieme…

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Le Olimpiadi della rinascita e il surf degli dèi

Non è tutto oro quello che luccica. Lo sapeva bene il cercatore d’oro che azzannava ogni pepita scavata dalla terra per verificare che non fosse in realtà un semplice pezzo di pirite. Siccome è un metallo duttile e malleabile, i denti lasciavano sull’oro una bella impronta certificando così la sua purezza. Di certo, nonostante gli atleti amino farsi fotografare stringendo il loro trofeo tra i denti, le medaglie consegnate ai vincitori delle gare olimpiche non sono d’oro. O meglio, non completamente. Quelle di Tokyo 2020 sono in argento puro con 6 grammi di placcatura in oro. In base ai valori dei metalli sui mercati internazionali, tra la medaglia del primo e del secondo classificato c’è una differenza di circa 350 dollari, che diventano 785 con quella del terzo classificato, essendo quest’ultima una composizione di rame e zinco che raggiunge un valore massimo di 5 dollari…

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Le auto del futuro e le macchinine brum brum

Mio figlio di due anni mi trascina ogni giorno a giocare con lui con le macchinine. La cosa più bella è osservarlo mentre fa girare la sua automobilina preferita sul percorso che costruiamo insieme con tutto quello che ci capita sotto mano e sentirlo imitare il motore a scoppio emettendo delle specie di pernacchie buttando fuori l’aria dalla bocca e facendo vibrare le labbra. L’altro giorno gli ho spiegato che la Commissione europea ha proposto lo stop delle vendite delle auto a benzina, diesel e ibride a partire dal 2035 e che quindi, con tutta probabilità, la sua prima auto sarà elettrica o a idrogeno e non emetterà nessun rumore. Lui ha fatto finta di non sentirmi e ha continuato a spernacchiare muovendo sulla pista la sua macchinina gialla. In effetti non c’è nessun divertimento a giocare con le macchinine senza fare il rumore del motore, e allora mi sono chiesto più che legittimamente, ma i bambini del futuro che rumore faranno per imitare il motore delle auto?…

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Le cose cambiano: ovvero la morte della cravatta

Le cose cambiano. Quante volte lo abbiamo sentito dire o detto noi stessi, sottolineando il momento con una nota di dolente malinconia a trasfigurarci il viso e velarci lo sguardo. L’ho sempre trovata una affermazione irritante, spudoratamente falsa, forse perché non riuscivo ad accettare che le cose potessero cambiare davvero. In verità le cose cambiano, eccome. E può essere così, da un momento all’altro, oppure silenziosamente, nel corso degli anni, finché ci accorgiamo che a quei cambiamenti ci siamo già abituati. Insieme a noi cambiano gli usi e i costumi della società, i modi di vivere e di interpretare le nostre esistenze. E a decifrare questi mutamenti sono spesso oggetti comuni, di uso quotidiano. Come la cravatta…

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I mille colori della speranza

Nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969, all’una e venti circa, nel Greenwich Village a Manhattan, Sylvia Rivera afferra una bottiglia e la scaglia contro uno dei poliziotti che hanno fatto irruzione nello Stonewall Inn, il noto bar gay di Christopher Street vessato da continue retate. La mattina del 27 novembre del 1978, Dan White, ex consigliere municipale di San Francisco, dimessosi alcuni giorni prima a causa dell’entrata in vigore di una proposta di legge sui diritti gay a cui si era fermamente opposto, entra furtivamente in Municipio da una finestra del seminterrato. Ha con se una pistola. I due fatti, lontani nel tempo e nello spazio, e nonostante la loro tragica premessa, nascono entrambi da un forte desiderio di lotta sociale e allo stesso tempo da un incontenibile sentimento di speranza…

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Un popolo di irresponsabili amanti

Per tutto il periodo della mia adolescenza l’arrivo dell’estate ha significato la liberazione dalle fatiche scolastiche, la possibilità di dormire fino a tardi e, soprattutto, tornare a provarci con le ragazze al mare. Si riallacciavano i rapporti bruscamente interrotti l’estate precedente con le villeggianti abituali e si facevano nuovi e affascinanti incontri che ci portavano notizie di città e luoghi per noi lontani e sconosciuti. La disinibizione da ombrellone e la sfrontata esibizione giovanile facevano il resto. I ricordi più teneri sono quelli delle vasche notturne sul lungomare, a sfoggiare le scarpe nuove e a cercare di attaccar bottone con le ragazzine straniere scottate dal sole…

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Lo smartphone, casa dolce casa

Alle volte mi fermo a riflettere sull’incredibile velocità dell’evoluzione tecnologica. Ad esempio, non so se ci avete mai fatto caso, siamo passati dalla cabina col telefono a gettoni allo smartphone in circa vent’anni, ossia in un tempo relativamente breve abbiamo trasformato una scatola di vetro in cui si entrava esclusivamente per telefonare in un dispositivo sofisticato sufficientemente piccolo da poter infilare in una tasca e utilizzare in qualsiasi posto. Questo significa che i tempi del progresso tecnologico saranno sempre più corti e frenetici e tutto ciò, inevitabilmente, implicherà dei cambiamenti altrettanto drastici nei nostri comportamenti sociali. Ma non è detto che sarà ogni volta in meglio…

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La buona e vecchia stretta di mano

Non ricordo più quando è stata l’ultima volta che ho stretto la mano a qualcuno. Non è che sia un gesto a me particolarmente caro, e che quindi mi manchi, ma dopo questo lunghissimo tempo di distanziamento sociale va a finire che a certe cose ci si pensa. C’è chi sostiene che in un prossimo futuro non sarà più così immediato stendere la mano per presentarsi e, per contro, non sarà particolarmente strano chi, salutando, si terrà a debita distanza e con le mani sprofondate nelle tasche. Dovremmo, cioè, essere aperti a nuove forme di saluto e interpretarle in base alle diverse persone che incontreremo. Nella cultura occidentale potrebbero entrare con forza gesti che sono tipici dei popoli orientali e asiatici, come il namasté, con le mani giunte e un leggero inchino, o quello propriamente cinese di appoggiare il palmo della mano sulle nocche dell’altra. Un cambiamento nei costumi sociali avverrà sicuramente, staremo a vedere quanto sarà profondo e quanto saremo in grado di accettarlo…

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La stoffa del campione

A 13 anni andavo piuttosto bene nel nuoto. I tempi in vasca erano ottimi e qualche addetto ai lavori già iniziava a esprimersi con un certo interesse. Il mio forte era lo stile libero e, dimenticate chissà dove, dovrebbero esserci ancora delle medaglie che celebrarono le mie vittorie. Tre volte a settimana mio padre mi caricava sulla nostra Citroën Visa rossa e facevamo chilometri per raggiungere una piscina della zona nella quale avevano dato le prime bracciate un paio di atleti di spicco del nuoto italiano. Gli allenamenti consistevano essenzialmente nel nuotare, non c’era molto altro da fare, se non mulinare le braccia una vasca dopo l’altra e tornare a concentrarsi quando l’allenatore gridava di fare attenzione ai movimenti. Ma a me piacevano gli sport di squadra, che ci potevo fare, e qualche tempo dopo persi completamente la testa per la pallavolo…

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L’alfabeto di Naya e La tigre rosa

La tigre rosa è un testo di Gaetano Buompane e ha come tema centrale la diversità. La protagonista è una tenerissima tigre rosa che intraprende un viaggio avventuroso alla scoperta della propria indentità.

L’alfabeto di Naya è scritto da Dario Becci e narra le peripezie di una bambina siriana durante la sua fuga verso la Germania, nel 2013.

Entrambi i racconti sono illustrati da Emanuele “Piero” Pierobon.

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La sedia, simbolo della decadenza fisica

Sono anni che mi porto dietro un fastidio al ginocchio sinistro che si trasforma in un dolorino noioso anche dopo una semplice camminata. Se faccio uno sforzo di troppo si gonfia e fa male, è impossibile piegare la gamba e l’unica soluzione è il riposo e la borsa del ghiaccio. Certo, lo so, dovrei consultare uno specialista, fare degli esami, affrontare il problema per risolverlo, ma finché non diventa una cosa seria finiamo sempre per abituarci ai nostri acciacchi, non è vero? Diventano parte di noi e iniziano a condizionare le nostre vite. Niente che non possa essere risolto con un antidolorifico. A fregarci è la nostra maledetta vita sedentaria, la nemica numero uno di medici, nutrizionisti e cultori del fitness. Ormai lo sappiamo tutti quanto sia importante fare un po’ di attività fisica ogni giorno, eppure continuiamo a fregarcene in totale disinteresse per la nostra salute. Un atteggiamento di inspiegabile autolesionismo che in molti sono convinti si annidi nella cultura occidentale moderna e industrializzata. Insomma, quando si entra nel mondo del lavoro, si ricevono come contropartita un bel mal di schiena e il via libera a mettere su la panza…

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La glaciazione demografica

Una delle prime cose che un genitore apprende appena i figli iniziano a camminare è che seguirli come un’ombra e avere cento occhi non sono misure sufficienti per tenerli fuori dai guai. Non serve a niente poi colpevolizzarsi se non si è fatto in tempo ad afferrarli per evitare loro l’ennesima caduta. L’importante è essere lì pronti ad aiutarli a rialzarsi, a consolarli se piangono, a dare una rapida pulita ai vestiti se si sono sporcati e, soprattutto, a non farsi prendere dal panico e correre al pronto soccorso se si sono spaccati la testa. Essere genitori è un dramma, è una preoccupazione continua, un costante tenere a freno i nervi. Mette a dura prova la pazienza, è sfiancante, ti fa perdere il sonno, eppure, per quanto incredibile possa essere, resta una delle esperienze più emozionanti della vita…

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Crisi di mezza età

Nel maggio del 1994, a vent’anni, il mio unico pensiero era rivolto all’esame di maturità. Un chiodo fisso, un tormento come immagino lo sia stato per tantissimi altri, ma in certi momenti della vita è obiettivamente complicato provare compassione verso il prossimo e un dramma comune lo si percepisce come solo nostro. In fondo il passaggio alla vita adulta è una tragedia privata, un’intima sofferenza, significa doversi confrontare per la prima volta con le proprie insicurezze e trovare il coraggio per superarle. Eppure, gli indizi che oltre i banchi di scuola la vita sarebbe stata molto più complicata del previsto e che rendevano puerili quelle ultime paure adolescenziali, erano ben evidenti…

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Lavorare, lavorare, lavorare

Passeggiando sul lungomare di San Benedetto del Tronto è facile imbattersi in un monumento realizzato dall’artista contemporaneo Ugo Nespolo. L’imponente struttura di 7 metri di altezza riporta la scritta, a caratteri cubitali, “Lavorare, lavorare, lavorare, preferisco il rumore del mare”. Un’ode all’ozio, si dirà, tanto più che la città è nota per essere una meta vacanziera. Niente di tutto ciò, più che altro si vuole intendere che dietro il troppo lavoro si celano molto spesso pericolosi sentimenti di desiderio e avidità. Occorre smetterla di affannarsi ad inseguire necessità fasulle e fermarsi più spesso, invece, ad ascoltare il racconto della vita narrato dalla voce della natura…

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“La recinzione” letteraria

Simpatica iniziativa editoriale. Il libro, dopo letto, può essere utilizzato come utilissimo post-it. Basta strappare la copertina e appenderla sulla porta del frigo. In uscita Chiudere il gas prima di uscire e Tirare lo sciacquone dopo aver usato il WC.

429 secondi

Non c’è niente di meglio che farsi una bella camminata all’aria aperta, respirare a pieni polmoni e sentire il proprio corpo rigenerarsi di nuove energie. Non è facile ironia, come qualcuno potrebbe pensare, ma la constatazione che quando vengono a mancare le cose che diamo per scontate la percezione della vita comincia a cambiare. E guardate bene, per la stragrande maggioranza degli esseri umani l’atto di respirare è la cosa più semplice e normale del mondo. Lo facciamo da quando siamo nati per circa ventimila volte al giorno. Eppure il virus che stiamo ancora combattendo ci ha mostrato con spietata crudeltà quanto siamo vulnerabili. L’infezione può presentarsi con diversi quadri clinici, ma manifesta la sua letalità soprattutto con l’insufficienza respiratoria…

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